Orme

domenica 4 marzo 2018

Trovare la neve a San Rocchetto, per me, voleva dire riscoprire i sentieri delle colline quinzanesi. Dai paesi del fondo valle salgono strade carrabili che diramano tra gli uliveti alle spalle dell'eremo, assottigliandosi tra i campi in viottoli sempre più stretti e convogliando in ulteriori stradelle carrabili d'altura. Il depositato alto quattro dita aveva reso queste vie dei radi corridoi dai margini indistinti; il bianco deformava tutti i punti di riferimento.
Salivo all'eremo in un ticchettio di granelli ghiacciati mentre il camion spargisale otturava la stretta via, sfilando a un soffio dalla manica della mia giacca. L'aria bianca e densa chiudeva la vista non più in là di mezzo chilometro, confondendo tutto in una coltre nebulosa densa e statica, che mangiava a poco a poco i rettangoli bianchi del centro abitato. Il paese si abbassava passo dopo passo, le piste lasciate da chi mi ha preceduto diminuivano al procedere dei civici lungo la stradina.
Attraversavo gli uliveti con il solo scopo di aggiungere metri al mio andare, come se inconsciamente sapessi di averne bisogno, di utilizzare quel tempo e quel luogo per prendermi cura di me. La direzione non m'importava ma volevo poter ritrovare la casetta, un podere piccolo e grazioso come quelli delle campagne sperdute di Scozia e Irlanda, creato da un signore che avevo conosciuto e che mi aveva offerto una vista dalla sua torretta.
Presi a sinistra per l'imbocco calpestato del più piccolo sentiero che si può trovare in questa zona, scavato dalle suole tra sassi instabili, infilato come una piega tra due pance della collina. I veri abitanti di qui, gli ulivi, assistevano pensierosi al mio mesto passaggio, con i rami carichi di neve in perenne tensione. Al bivio per la Piana di Ronchi il verde chiaro di un bambù esprimeva il proprio dissenso, contrario agli scuri marroni dei covoni di sottili rami tagliati, alla pellicola antica di un luogo che aveva dimenticato i colori. Oltre il boschetto le voci di un uomo e di un bambino erano gli unici suoni d'inquietudine nel rosicchiante piovigginare di cristalli.
La poca familiarità nel riconoscere dove mi trovavo mi spinse a continuare, guidato unicamente da una fila di orme umane, più chiare delle altre, che mi accompagnavano dall'inizio del sentiero. Si trattava di una suola con una forma nel tallone, lunga e profonda. Provenivano dalla direzione nella quale stavo andando. All'improvviso non mi sentivo più solo, un Camminatore era con me. I cancelli delle abitazioni silenziose, gli umili muretti a secco mezzo nascosti da schiumate nevose. Mi affidai totalmente ai suoi passi per cercare la svolta del ritorno al Santuario.
In un momento però, nei pressi di Piana, sullo stesso tratto di strada vidi sia le orme girate nella direzione da cui ero venuto sia quelle girate nella direzione in cui stavo andando. Doveva essere un tratto che il Camminatore aveva percorso prima in un senso e poi nell'altro, il che voleva dire che quasi sicuramente avevo mancato il punto in cui la pista svoltava nella direzione che stavo cercando. Rimettendomi a decifrare le impronte sull'ultimo tratto vidi dividersi le vie, i passi che tornavano piegavano verso una leggera salita, una strada chiusa al traffico motorizzato. Raggiunto il bivio successivo riconobbi il sentiero basso del colle, dal quale si aggira l'altura e si raggiunge il paese. Risalita invece la strada vicinale fino alla congiunzione con il sentiero per l'Eremo di San Rocchetto, percorsi quella direzione fino al campo incolto, il mio punto di riferimento in quota, per il quale tagliai lasciando il sentiero. La neve aveva ripreso a cadere fitta e spessa come grossi fiocchi di cotone. Dal manto sul terreno spuntava un esile filo d'erba che si faceva credere un uccellino sepolto. Senza volerlo eccola lì, la casa che cercavo, il posto segreto che ho cucito dentro di me. Non mi ricordavo precisamente la sua ubicazione e sapevo che ritrovando l'anello per l'eremo avrei trovato anche quel luogo con il suo giardino. Ero arrivato e mi bastava quello per poter ripartire.
Qualcun altro aveva percorso il mio stesso sentiero di collegamento, due persone, frusciando sotto le dita di lunghe foglie sottili e aggirando i muretti divisori. I passi di costoro, e ben presto anche i miei, tornavano a scomparire un batuffolo alla volta, una carezza posata subito dopo l'altra, delicatamente ma con determinata intenzione, come se avessi svelato un segreto e adesso, per celarlo e riappropriarsene, la terra tornasse a coprirsi. Capivo di dovermene andare.
Sorpassata la casetta dismessa sulla cresta del colle, seppi di dover fare attenzione al tratto di sentiero in pietra esposta, scivolosa e inattendibile a causa del vello innevato. Ritrovato il cancello, ostinatamente aperto, dell'Eremo, ripresi la via della discesa. Un ramo lasciò cadere un grumo di neve come una mano inerte.
Ritrovai le piste dei residenti, gli usci, il sale sull'asfalto, ma non era come andarsene da un luogo per poi raggiungerne un altro, che so, uscire da un centro commerciale o da un qualche cosa di popolato, di costruito. Erano i corpi nudi degli alberi, la superficie della terra, quelli rimasti là sopra a imbiancarsi e, qualsiasi cosa potesse accadere, a rimanere in mutamento.
Lasciai il posto al silenzio.

Aquilus

domenica 4 febbraio 2018

Ritornavo al Corno come si torna all’altare, credendo che da lassù potessi osservare risposte altrimenti negate. È un’altra montagna d’inverno. Ho preso la strada che non avevo mai fatto, una vera e propria strada fino agli ultimi cento metri di dislivello, senza domandarmi se fosse quella giusta, superando i due imbocchi del sentiero E7 che avevo fatto la prima volta con mio padre e, come in quell’occasione, pur essendo da solo, seguivo qualcuno. Mi accompagnava l’entità della montagna, in passi corti e scivolosi, puntando con gli scarponi a far presa sui tratti di asfalto o terra, macchie ruvide e sicure, mangiucchiati nella neve.
Il vento era gelido e penetrava dalla cerniera rotta della giacca. Amavo guardare il corale tintinnio delle legioni di foglie, luminose di pomeriggio, assurdamente dedite ai loro bracci di rami asciutti invernali. Cedevano il passo, all’aumentare di quota, ai sempreverdi aghiformi, che nelle loro ombre nascondevano il ghiaccio ai nostri passi, rendendo ogni volontà di avanzamento un’attenta riflessione, un proposito non privo di rischio, come a ricordarci il valore che dobbiamo riconoscere nel salire, su questo monte come su ogni altra sponda di terra.
Verso la metà del tragitto, le rocce sbucavano dalla vegetazione come estrusioni rigonfie e provocavano una curva a destra e una a sinistra, dietro le quali comparivano i fusti spezzati dei pini, sul ripido declivio al di sotto del sentiero, sdraiati a fianco delle proprie radici. Di uno di loro, i rostri affilati di fibra di legno odoravano di resina ed essenza. Nell’aria limpida gli odori apparivano chiari come colori.
Avevo lasciato indietro gli ultimi camminatori incontrati sul percorso poco prima di uscire dall’area boschiva. I supporti di una sbarra scomparsa indicavano l’inizio della seconda parte di salita, quella che si snoda tra le bolle flessuose che preludono alla cima, sedi dei pascoli estivi. Si scorrono le circonferenze imbiancate, fino al versante in ombra, dove intervengono altri sporadici saluti. Da questa parte l’accumulo di neve era più massiccio e resistente, più facile da affrontare infossando i piedi in solchi resistenti. Il sole si frantumava negli infiniti cristalli luminosi di dura neve, ghiacciata nel succedersi dei giorni e delle notti. Ogni lingua, ogni coperta candida e sfaccettata, si ritraeva un po’, scoperchiando erbe ingiallite, muschi barbosi, rocce umide, dando il senso dell’infezione che si ritrae, restituendo la pelle della montagna dal guanto del gelo.
L’abitato sul Corno, nell'alternarsi stagionale, è composto da alcune stalle sparpagliate e qualche malga. La mulattiera che conduceva a una piccola chiesetta era recintata da due righe di filo spinato a ovest e da una sequenza di paletti a est, che sporgeva da terra di una trentina di centimetri, ognuno collocato a circa mezzo metro dall’altro. Oltre, i camminatori colorati di giacche popolavano i tavoli della malga, scambiandosi tra l’interno e l’esterno.
Mancava ora da superare l’avvallamento che, visto dai paesi di pianura, accentua la forma di corno della cima, la quale talvolta, nelle giornate cariche di smog o di foschie invernali, si sfuma in contorni imprecisi, restituendo tutto il significato del suo nome: Aquilio deriva dal latino aquilus, fosco. Un forte vento mi congelava le orecchie e si faceva tanto più forte quanto più mi esponevo salendo, costringendomi a usare il cappuccio.
Ricordavo le pietre incastonate nella terra granulosa del giorno in cui sono salito con i miei amici, parlando di noi e di Dio ma non delle nostre paure. Le stesse pietre di oggi, quindici anni prima ci facevano da sfondo, scorrevano senza entrare nei nostri pensieri. Sono quelle pietre che ho voluto raggiungere, sulle quali mi sono seduto per mangiare un pasto semplice; che per un pomeriggio ho considerato come la casa di un amico, dove introdurmi sapendo che non mi avrebbe mandato via.

Sàrdègna

lunedì 1 gennaio 2018

Ha ragione V. a dire che quando si va a questi tornei il tempo si dimentica, se ne perde la cognizione. In questo caso, cinque giorni sono volati, grazie al torneo ma grazie anche a chi li ha condivisi con me. E poi grazie anche alla Sardegna.
La sensazione che ho nell’andarmene è quella di essermi ustionato, come se fossi stato troppo vicino al fuoco. La Sardegna, verso di me, comporta un po’ questo rischio, selvatica e leggendaria com’è, quello di scegliere di non svelarsi del tutto, di difendersi se vuole, se giudica che non si sia pronti a conoscerla. Con molta umiltà ammetto di sentirmi così. L’ho voluta viaggiare, scoprire, ritrarre in tre giorni più di quanto essa non possa. I tempi di questa terra sono altri e non vanno pensati. La prima sera, se ora ricordo, ero stato messo in guardia, con tutta la bontà possibile, ma come spesso capita, non si è pronti a recepire i segnali.
Il maestrale soffiava già venerdì pomeriggio, sceso dall’aereo il clima era caldo ma l’aria fredda. Per arrivare da Elmas a Cagliari centro c’è un treno che parte dall’aeroporto e in cinque minuti si è in piazza. Il vecchio treno propagava boccate di gas alla fermata che rimanevano in cabina durante il viaggio fino a disperdersi dai finestrini o nei polmoni dei passeggeri. Era un vecchio treno a motore, si sentivano le marce ingranare.
Da Cagliari centro non è stato subito immediato trovare la linea per Quartu Sant’Elena, dove si trova l’Hotel; lo stesso personale dell’info-point di piazza Matteotti non ha saputo dirmelo - anche se in realtà è facile. Chiedendo di qua e di là sono riuscito a prendere il 31, dopo una ventina di minuti di viaggio scendo e cambio corsa. Nell’attesa mi sono seduto alla fermata di fianco a un signore, è stato lì che ho capito di trovarmi in un tempo diverso.
“Il vento è cambiato” dice, tenendo i suoi baffi rivolti alla strada.
“Ah sì?” rispondo io.
“Il maestrale quando arriva rimane almeno 2-3 giorni, ma sta cambiando.”
“Ah… e che tempo farà secondo lei?” chiedo per parlare un po’. Ma il signore non risponde, sembra ignorarmi. Lo guardo mentre lui guarda avanti e mi sembra che sia andato oltre con la mente, in altri luoghi. Penso di aver fatto una domanda stupida, alla quale non serve risposta.
Dopo qualche minuto però, il signore mi chiede:
“Vieni da Roma?”
“No, da Verona”, gli dico, “Vengo per un torneo di frisbee”
“Fresbi?” mi chiede stranito.
“Sì ha presente quel disco di plastica… c’è un torneo al Poetto domani e domenica!”
“Aaaaah” mi fa.
“È per quello che le ho chiesto che tempo fa domani!” gli dico. Così, chiudendo il cerchio, ci siamo messi a ridere entrambi.
Il signore non aveva dimenticato la mia domanda, non le aveva dato una risposta, ma si era preso del tempo. E il tempo per la Sardegna è diverso per ognuno. Se non lo capisci da solo te lo fa capire lei. Con un finestrino sfondato, i prezzi gonfiati, gli orari strani delle località di mare ad aprile, con le indicazioni stradali discontinue e i caratteri delle persone così all’opposto; gli orizzonti frastagliati come cocci rotti o piatti come tavole; con i singhiozzi di “civilizzazione” edilizia nel mantello vegetale che copre ogni paesaggio, come se la terra non potesse essere vista.
Ma la Sardegna, se la accetti, se sei disposto a guardarti un po’ dentro, ti lascia entrare alla fine. Nell'ospitalità delle persone e dei miei amici frisbisti, che ha qualcosa di molto più che proverbiale; sui fondali maculati del mare sono il naturale proseguimento della selvaticità terrestre; negli ampi spazi che diventano panorami interiori, specchi dei nostri orizzonti, a volte frastagliati e difficili da leggere, altre lisci e limpidi come la fine del mare nel cielo.
Le persone nascono nella ricchezza e nelle contraddizioni di questa coesistenza di opposti.

I nidi di Cerea

giovedì 14 dicembre 2017

Hai sempre l'impressione che se potessi usare quei pennacchi di mais del campo come un bruschino, saresti sollevato nel grattarti la schiena, e posandolo sul tavolo vedresti come quel campo, con i denti dai tagli obliqui, sparsi nell'erbetta di un verde dolce, abbia un che di marino e profondo.
In Vigasio hanno appiccicato una striscia di catrame che transito passando sotto alle luminarie di Natale. A me sembrano pesanti collier, pronti ad essere elettrificati. E sotto di essi lo spiazzo del cimitero si eleva, nei gradini che portano all'ingresso una signora scossa dai tremiti, si stringe nella stoffa del suo cappotto.
Mi metto in fila tra gli altri e guardo tossire le marmitte, sembrano sbuffi di vecchietti che illanguidiscono in anse sempre più stiracchiate, a perdersi in su, e ti chiedi se quelle nuvolette non vadano a unirsi agli scampoli di nubi rimasti, lasciati a penzolare dopo lo spettacolo del temporale degli ultimi giorni.
Nel bianco fondale nebbioso il braccio meccanico di un escavatore risalta come un uncino d'inchiostro; mastica boli di terra trasudanti, ma fa fatica, non è tempo di frenesie. Nemmeno le mie ruote sono frenetiche, collezionano nuovi chilometri con la passione di un ciclista amatore in un giorno feriale e ritrovano le amiche curve di ogni giovedì. Mi sento sempre meno intirizzito, il motore entra via via in temperatura, tra i suoi schiocchi e i suoi risucchi. L'airone bianco con il becco dell'arancione di un tramonto di motore non sa nulla, stringe nelle zampe il fango congestionato, muove in direzione d'Isola della Scala, accompagnandomi con lo sguardo fino alla torre scaligera e sicuramente lasciandosi alle spalle i ciuffi di tabacco abbandonati. Pare che l'airone sappia che la responsabilità del riposo delle zolle è solo del ghiaccio.
Sorpasso la torre, muta e discreta come io cerco di essere, torcendo il collo per guardarne i canali e i mattoni mentre rallento il più possibile. Potrebbero rallentare tutti di fianco ai diroccamenti antichi, ai casali rotti, agli aironi. Un millennio fa, quando la stavano costruendo, i viaggiatori a piedi e a cavallo forse sentivano la stessa sensazione. E se qui adesso ci fossero altre persone, impegnate a percorrere lo stesso mio tragitto ma in epoche diverse, come si farebbe con chi si trovasse seduto in treno sul posto di fronte, gli parlerei, per sapere se gli è mai capitato di pensare a quando si lascia il proprio paese per spostarsi a quello vicino, se nel loro spostamento, fatto in modi e tempi diversi, anche a loro sembra di approdare in luoghi dove si "appartiene meno", dove si è già lontani, di muoversi oltre il confine familiare, verso zone non abituali.
Il viaggio è così vicino alla narrazione, entrambi sono caratterizzati dalla linearità. Da un momento all'altro si avvicina il cartello di Campagne ed è tutto quello che trovo attorno, come se fosse una descrizione. La pianura si stempera ancora di più nelle larghezze delle coltivazioni. Quanto mi piacerebbe improvvisare un trekking avendo come soli riferimenti i campanili che compaiono dove finisce la terra e inizia il cielo. Vedrei le cascine isolate circondate di sterpi alternate alle poche case dei concentramenti abitati, che invece hanno giardini curati e recinti. Appartengono. Mi sento più vicino ai ruderi spelacchiati in questa discesa lavorativa, senza recinti attorno a me ma senza mettere in discussione una partenza.
Ampie sono le viste qui. Prima di arrivare scavalco con l'immaginazione molti ettari e, al di fuori della strada ma nell'intimità degli alberi, io che non so suonare alcuno strumento, ignoro che note formino gli uccelli nei pentagrammi sui tralicci. Mi allontano facendo piano, guardando di nascosto, perché qui, nell'inverno, i nidi lasciati scoperti sui rami sono i semi della ribellione. Niente come quei piccoli ricoveri di varie forme e dimensioni conserva la memoria di un eterno ritorno.

Mai più Paperino

martedì 24 ottobre 2017

Ho letto e riletto la storia di Zemelo e Castellani, anche con occhi particolarmente lucidi oggi, perché è stupefacente notare che Topolino continua a sfornare perle di questo livello in così poche pagine. Perché non può che essere così quando a leggersi è una storia che parla direttamente al cuore, attraverso quel prodigio narrativo che trasforma l'esperienza fantastica nell'esperienza umana, che intesse il disegno di significati adulti, portando così l'attenzione dalla storia a se stessi.
Paperino si trova per l'ennesima volta sdoppiato tra i suoi impegni personali e la vita da supereroe come Paperinik, quando sente che questo doppio ruolo sta diventando pesante da sostenere, sottraendogli energie vitali e serenità, sia nella vita normale che in quella "super". E la trama è molto intima: la luce viene gettata sulla dimensione più interiore dell'eroe/papero, perché quello che emerge è un conflitto personale che dimostra come il carattere psicologico del personaggio sia una componente che ne arricchisce le forme. La fortuna dell'ordinario e inaffidabile Paperino però, è quella di poter contare proprio sul suo alter-ego mascherato, il quale restituisce un punto di vista esterno in cui può rispecchiarsi: le voci diventano tutte d'un tratto udibili, le arrabbiature svelano il desiderio di colmare le distanze.
Se per un momento, un giorno qualsiasi, indossassimo anche noi la maschera nera, potremmo vedere i supereroi del mondo che abitiamo: capi che si nascondono dietro cupi mantelli di cinismo mentre guardano Gotham dall'alto di un cornicione; colleghi esausti e consumati come eserciti di soldati, scudo a scudo, lama contro lama, nella battaglia contro il tempo, inginocchiati nel tramonto, pronti a risorgere nell'alba; insegne a perdita d'occhio colorare le città, come vessilli sospinti dal vento, a raccontare storie d'amore e impegno.

"Ehm... spero che non abbiate condotto una doppia vita, fingendovi un cialtrone mentre vi comportavate da gentilpapero!"

recita l'attrice dello spettacolo organizzato dalle Giovani Marmotte, che a pagina 114, in un parallelismo grafico, introduce un ulteriore livello narrativo dandoci una chiave di lettura definitiva: possiamo essere portati a credere che solo i supereroi siano degni di essere amati, arrivando a credere di poterci immaginare unicamente come tali, pensando che solo il nostro avatar rispecchi quanto possiamo essere magnifici. Ma la storia svelerà la verità del protagonista nelle vignette successive, e finalmente senza maschera capirà che è sempre stato un gentilpapero, ma ha sempre creduto di essere un cialtrone.
Paperino non è più soltanto l'alter ego di moltissimi ragazzi, ragazze, uomini e donne, qui diventa anche un personaggio che compie un passo di crescita importante: riesce a riappropriarsi del valore della sua essenza, Paperino è ciò che è, nel male - per come è sempre bistrattato a causa della sua goffaggine - ma soprattutto nel bene - per la sua generosità e purezza d'animo. Come Papernik può avvalersi di un grande arsenale per affrontare i suoi nemici, Paperino trova la sua forza nel modo di essere. La vera rivelazione allora sta nell'accorgersi di come non si è mai visto, sempre poco attento a quanto veramente fosse desiderato da coloro che ama.
Forse un supereroe serve solo per raccontarci quanto preziosi siamo tutti noi; forse quello che ognuno desidera è essere il proprio personale supereroe.
Fino a metà della storia mi sono sentito risuonare dentro un "groan..." e certe volte le onomatopee sono le uniche parole in grado di esprimere uno stato d'animo. Ma nel finale è tornato Paperinik, è tornato il supereroe come solo i supereroi sanno fare, comparendo a ricordarci che non è mai scomparso, o meglio, che è sempre esistito.
Non potete dire di aver conosciuto Paperino fino in fondo se non avete letto questa storia. Topolino n° 3218.
Forse poi potrete dire di aver conosciuto meglio anche voi stessi.

Piccola grande terra

domenica 17 settembre 2017

Giungo da lontano al luogo delle poesie. Cioè arrivo da casa mia, meno di un chilometro dalla piazza, ma è come se vedessi un mucchio di gente seduta davanti a un palchetto e solo dopo realizzassi che lì, separata dal continuo e chiassoso flusso di auto e moto, sta tornando un paese scomparso, un frammento di Povegliano che, come in un incantesimo, può essere evocato solamente da molti soggetti insieme, contemporaneamente.
C'è attesa nell'aria fresca. La voce di G. ingigantita da una sola cassa senza pretese, defilata e zelante appena sotto il palco, il suo volume raggiunge appena le ultime file. Nei gialli delle lampadine, i discendenti e gli amici di Sergio De Guidi si alternano sul palco. G. aggiusta operosamente l'inclinazione dell'asta del microfono, di volta in volta. Voci rotte, calme, entusiaste, tutte restituiscono il miglior De Guidi che riescono a leggere all'abbraccio del pubblico, che sembra sempre così incoraggiante.
Ora vedo qualcosa di diverso, il paese che non ho mai conosciuto, gli elementi che lo costituiscono che invece mi appartengono. E' come se questi scritti fossero le mappe per un altrove che cerco in ogni vista di Povegliano.
E' la terra del poeta Sergio De Guidi: un mondo dentro un mondo dentro un mondo. C'è da recuperare lo sguardo sugli uomini per poter aprire le dimensioni racchiuse nelle sue poesie; infinitesimale allora diventa l'orizzonte visibile dei ricordi evocati, la sensazione della materia, la precisione dell'incastro delle parole attorno al concetto che descrivono. Così si intende il paese dentro il paese, fatto dei luoghi dei volti, delle situazioni che quei volti hanno abitato, ancora più straordinario perché senza tempo, senza esigenze d'attualità, quel paese è conosciuto e riconosciuto da chi legga. Vi è in De Guidi una territorialità spinta, ma che rimane sempre entro i confini , che è lì lì per straripare ma che invece alla fine trova sempre il proprio argine, infinitesimale all'infinito, ossia in quel movimento che tende e sempre tenderà al confine ma che il confine mai supera, pur creando tra esso e il suo limite un abisso, o meglio un cielo, che possa però dilatarsi e restringersi a seconda del sentire soggettivo. E così De Guidi ci tiene senza lasciarci andare entro queste pagine così rincuoranti, incoraggiandoci a osare, a guardare sopra i tetti per scoprire se quel confine possiamo superarlo; sembra chiedere a tutti se c'è qualcuno che pensa di poter andare oltre, trovando e figurando una meraviglia più grande di quella trovata da lui.
Ma Sergio fa di più, ci racconta di un piccolo grande paese ulteriore, il suo, quello delle sue emozioni, della sua infanzia, della sua vita, invisibile come un midollo ma allo stesso modo fondamentale e curativo. Nelle stesse immagini che i suoi versi richiamano alla mente, ecco profilarsi l'oggetto di Sergio, ecco possibile percepire che non siamo soli, che già qualcuno ha sorvolato i tetti di Povegliano, ne ha ascoltato le brezze, ne ha fotografato i vecchi sulle sedie della strada. Ci dice che quei signori e quelle signore non sono così importanti da essere nominati, che le vie del paese possono non avere nome in poesia, che i volti non demandano a nessuna identità, mirando alla definizione dell'assoluto; eppure così precise le sue descrizioni arrivano al nostro cuore, così dolci sembrano agitare le corde dei nostri sentimenti, in una sfumatura indefinitamente lunga ma mai del tutto assente, che la prima sensazione è quella opposta, quella di accorgersi di possedere una dimensione relativa, individuale, come se, in quanto lettori e compagni di viaggio, ognuno risuonasse del proprio assoluto. La poesia di Sergio De Guidi è commistione, è il lasciapassare per un viaggio interiore che non può far altro che proseguire all'esterno, nei veri luoghi di Povegliano, nelle strade, nelle botteghe, nei ritrovi serali di piazza alla luce barcollante di una lampadina attaccata a un balcone, perché quegli stessi luoghi non possono rimanere gli stessi, dopo aver letto De Guidi.
Siamo di fronte a un caso assoluto di poetica di viaggio, un carnet di acquerelli evocati alla mente e agli occhi, al fiuto, al tatto, in versi scarni quanto densi, veri quanto la terra.
Alla fine ho come l'impressione che l'unico modo per scendere veramente in questa piccola grande terra sia stringerne un poca in mano.


VIANDANTI MODERNI

Questo spazio di luce che riveste
di sole un verde turgido al mattino,
con messi che maturano nei campi,
è silenzio d'amore e riflessioni
all'edicola bianca di Maria
rallegrata da tuje e da gerani,
con piantagioni d'alberi fanciulli
festosi sopra l'erba ad osservare
infinito di cielo nelle gocce
che stillano da foglie con le brezze;
ma sospinti da un tempo a noi tiranno,
non sostiamo in preghiera sulla via,
trascinati da un vortice frenetico
sulle strade convulse dell'Europa:
pellegrini moderni sempre in corsa,
esuli al cuore, a noi stessi, alla vita!

Sergio De Guidi

Nel film di Venezia

venerdì 1 settembre 2017

Venezia è un film, così l'ho vista, attraverso un finestrino dell'acquabus, richiamare con i suoi tetti e le sue finiture infinitamente dolci e indefinitamente gendarmeresche, ad ogni sguardo, ad ogni dondolamento, ferma lì a fianco. Transito di fronte alle facciate del bacino di San Marco, possenti muraglioni a picco sul mare cesellati di finestre e colori antichi, uniti ed estesi per centinaia di metri fino ai Giardini della Biennale, danno l'idea di poter fermare qualsiasi mareggiata, di essere sferzati dal vento più potente senza cadere, senza sgretolarsi, moniti secolari di grandezza, forza e intelligenza.
Certo, occorre isolare almeno un pochino l'essenza di questo luogo dalla coltre di motori, gas di scarico, sudore, folla, ma una volta giunti, una volta a spasso sulle acque della laguna, il senso estetico vibra, la storicità richiama sguardi nuovi, le costruzioni e le intenzioni di chi vi si avvicina d'improvviso diventano quelle di chi si dice: "Aspetta, qui c'è qualcosa che mi interessa".
La storicità ha saputo racchiudere in Venezia sia il senso estetico che quello urbanistico, sfruttando anche strade fatte di acqua e ingegnosi stratagemmi architettonici di conservazione dei materiali, perennemente esposti al contatto con il liquido, creando incastri nuovi, percorsi senza bordi. E nella sua densità fatta di cinematica ed estetica diventa polo di raccoglimento e indagine per l'arte che più si affida al movimento e alla forma.
Il cinema per Venezia è un rito, una celebrazione solenne, che avviene nelle immagini e nella loro visione, nella storicità di quel luogo in funzione di quello scopo; perché il cinema a Venezia oggi esiste anche senza sala, nelle calli e nei lidi che sembrano familiari pur non avendo visto alcun film. Vi è un incastro così perfetto tra città e rito che lo stesso si può trovare solo tra schermo e platea, tra scena e set.